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COME HO SCOPERTO L'ANTRO DELLA SIBILLA A CUMA

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Si propone lo scritto “ COME HO SCOPERTO L'ANTRO DELLA SIBILLA A CUMA ”, di Amedeo Maiuri con la premessa di Carlo Belli, tratta dal volume “AMEDEO MAIURI MESTIERE D’ARCHEOLOGO”, che fa parte della collana di studi sull’Italia antica "ANTICA MADRE",  a cura di Giovanni Pugliese Carratelli  

 

Le prose di Maiuri su Cuma, Baia e sui Campi Flegrei rimangono come esempi di una eccellenza letteraria, in virtù della quale riescono sempre a eludere il « bozzettismo», trappola dilettantesca nella quale, dati i temi frequentemente spassosi, sarebbe stato facile andare a impigliarsi. 

Resiste il racconto su un piano puramente letterario, ed è miracolo che accade assai di rado a uomini di scienza, come fu il Maiuri, ma che quando si verifica fa centro e suscita una più diretta emozione nel lettore. Le immagini azzeccate e lucenti dentro alla prosa già luminosa, il filo argenteo della ironia, la forza delle sintesi ... Corre per questo il pensiero al celebre racconto Come ho scoperto l'antro della Sibilla di Cuma, pubblicato, come altre vicende cumane e cronache puteolane sul «Corriere della Sera» nel 1937, e raccolto, quindi, nel volume Vita di archeologo. Tornano così alla memoria gli episodi dell'uomo forzuto che traghettava i visitatori dell'antro del lago d'Averno, caricandoseli sulle spalle, sicché il passaggio a guado della nera pozza veniva compiuto abbrancati al collo di quell'irsuto, come Dante al collo più gentile  di Virgilio quando ebbe a scavalcare l'abisso infernale. E per rimanere nelle immagini dantesche, va la memoria all'episodio del rinvenimento, in un pozzo di Cuma, della statua di Diomede capitombolato a testa in giù e a gambe in aria, come papa Orsini nel girone dei simoniaci; e ancora indimenticabile rimane la vicenda degli spassosi rapporti di lui, Maiuri, con il famoso cavalier Poerio, felice possessore di una illustre città greca (Cuma) sepolta sotto orti e vigneti, alquanto mal disposto a rinunciare a tanto praedium in nome dell' archeologia di Stato: gentili minacce, livide cortesie, sorrisi diplomatici, finte e stoccate tra i due, con vittoria finale dello Stato, nei panni di un onesto Sovrintendente alle Antichità del luogo. 

Vi è stato in questi ultimi tempi chi ha contestato la scoperta del Maiuri, assumendo che il vero sito dell’antro va ricercato nella parte bassa di Cuma, a oriente del colle; ma la proposta non pare abbia avuto sèguito, abbisognando ancora di una più severa documentazione, almeno tale da eguagliare quella che il Maiuri recò alla sua scoperta, pubblicandone i risultati in dotte memorie, ed esponendola anche nel capitolo Horrendae Secreta Sibyllae nei suoi Saggi di varia antichità (ed. Neri Pozza, Venezia 1954).

Siamo sul litorale cumano, a due passi da Baia che fu teatro delle oscene follie dell'imperatore Marco Aurelio Antonino, eccentrico sacerdote del dio siriano Elagabal, e per questo detto Eliogabalo; sede di monumentali costruzioni erette dal suo successore Severo Alessandro in onore della madre; terra calda sotto la quale ribollono torbidi vapori e dalla quale esalano le salutari fumarole atte a curare varie malattie; centro di luoghi virgiliani e mèta di ambascerie tristi e liete di messer Petrarca; Baia, dunque, doveva riservare al Maiuri una delle sorprese più emozionanti della sua vita di archeologo: il ritrovamento del gigantesco Dioscuro, in fondo a una trincea di scavo. Castore o Polluce? Chissà. L'altro gemello era stato portato al Museo napoletano negli ultimi decenni del secolo scorso, ed è da figurarsi la gioia del Maiuri quando poté completare in tal modo la coppia dei Tindaridi, figli di Leda.

L'accenno a Baia e alle sue acque fumanti porta il pensiero a un' altra terra ribollente di vapori pestiferi, lassù, in una delle più deserte valli della Irpinia, dove giacciono, presso Rocca San Felice, le rovine della città di Eclàno, sacra alla dea Mefite, il cui fiato (la terribile moféta), spirando dal sottosuolo vulcanico, uccide uomini e animali. Maiuri ci descrive in uno dei capitoli seguenti, il luogo infernale dove erompe la espirazione della dea con tale violenza da sollevare zolle di terra e di fango vischioso; e testifica la crudeltà di Mefite, la quale, attirando gli uccelli con le sue pozze d'acqua, calati che sieno a quelle livide rive, li asfissia e li fulmina. Mefite ebbe culto a Cremona, a Capua, a Potenza e soprattutto in Irpinia dove, proprio a Rocca San Felice, le era stato eretto un celebre santuario, esplorato in questi ultimi anni tra difficoltà quasi insormontabili, dato il fango e le esalasioni solforose. Il sovrintendente Mario Napoli riuscì a ricuperare notevoli quantità di oggetti votivi e di monete, che furono studiate con la consueta perspicacia da Attilio Stazio già nel 1954, mentre si deve a G. O. Onorato, citato in nota dal Maiuri, una esauriente relazione archeologica sui ritrovamenti in Irpinia e particolarmente sul santuario di Mefite, pubblicata ad Avellino nel 1960. 

 "COME HO SCOPERTO L’ANTRO DELLA SIBILLA A CUMA" (PDF)